Intervista a Stefano Ascari e Andrea Riccadonna

Articoli
Gli autori di David ci parlano del nuovo progetto per Edizioni BD: l'adattamento a fumetti di Shutter Island, il capolavoro di Dennis Lehane trasposto al cinema da Martin Scorsese.È un progetto ambizioso: con quale spirito ti sei avvicinato al materiale di partenza, Stefano? Se si può quantificare, quante libertà ti sei preso?
STEFANO ASCARI: Ambizioso è dire poco: il romanzo di Lehane è denso e molto stratificato. Mentre lo leggevo ho sudato freddo... non aiuta pensare che un personaggio del calibro di Scorsese sta affrontando lo stesso testo!
Riassumere era semplicemente impossibile... così ho preso coraggio e ho iniziato a tagliare. Da questo punto di vista mi sono preso moltissime libertà. Ho rimosso completamente tutta la riflessione sulla violenza e sull'essere “uomini di violenza” che invece Scorsese ha sottolineato e potenziato. Di conseguenza ho rimosso completamente alcuni personaggi che erano funzionali a questa linea narrativa. Ho tagliato anche tutto ciò che in un fumetto sarebbe stato visivamente povero e compresso un paio di sequenze. Mi sono imposto di ridurre al minimo spiegoni e parti didascaliche... spero di esserci riuscito. Il risultato, a quanto pare, regge bene, a dimostrazione della grande sapienza narrativa di Lehane.
Quali sono i punti di forza del romanzo, a tuo dire, e come sei riuscito a "transmediarli"?
STEFANO ASCARI: Come ti dicevo prima il romanzo è piuttosto stratificato. L'aspetto umano e delle relazione è un sotto testo importante dell'opera (caratteristica che rende Lehane così interessante per registi “alti” come Eastwood e Scorsese). Personalmente mi sono concentrato sugli aspetti più precisamente di genere. Inizialmente ci troviamo i fronte al classico delitto della “stanza chiusa”, poi per un attimo si scivola nell'intrigo sentimentale, poi nel complotto militare... Lehane usa tutti i cliché delle varie sfumature di noir per portare il lettore dove vuole. Io ho provato a fare lo stesso modulando il tipo di scansione delle vignette nell'arco dei vari giorni. Inizio con uno schema più regolare e fitto, con dialoghi e interrogatori molto codificati, poi pian piano lascio spazio a inquadrature più orizzontali, dinamiche, fino a usare qualche licenza (la sequenza dell'emicrania di Teddy, i contributi di Maurizio Rosenzweig...) in tutta l'ultima parte della graphic novel.
Un regista come Scorsese gioca con gli attori e il casting, con meno limiti e forse più fantasia lo fa anche un disegnatore. Andrea, hai scelto qualche volto in particolare, o hai ricevuto indicazioni nella sceneggiatura?
ANDREA RICCADONNA: Per quanto riguarda il casting di solito creiamo un ventaglio di volti noti, un mix tra i suggerimenti di Stefano e le eventuali idee che vengono a me. Da questo ventaglio di solito esce il candidato che deve avere due caratteristiche: correttamente l'idea del personaggio che abbiamo e la seconda quella di essermi "congeniale". Devo riuscire a farlo recitare bene e mi devo trovare a mio agio con il suo volto. Il character a quel punto prende vita propria e si allontana dall'attore di riferimento. Un po'come è stato per Dylan Dog e Rupert Everett insomma. Nel nostro caso ci interessava rappresentare un uomo maturo, segnato, un duro: abbiamo preso come riferimento Ed Harris da giovane che pian piano è diventato il nostro Teddy. E poi Christophe Lee, Madeline Stowe e via dicendo. Un vero e proprio casting.
Il tuo è uno stile molto vicino alla linea chiara, nitido e concentrato spesso sulle architetture. Hai modificato qualcosa per approcciarti a una storia così cupa?
